Vittorio Possenti

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Home Bioetica Sugli argomenti razionali e confessionali usati dal CNB e sullo statuto dell’embrione umano. Una discussione con Carlo Flamigni

Sugli argomenti razionali e confessionali usati dal CNB e sullo statuto dell’embrione umano. Una discussione con Carlo Flamigni

Premessa. Pubblico qui tre mie lettere al prof. C. Flamigni ed una indirizzata al Direttore della rivista Bioetica (dicembre 2011). L’origine dello scambio con Flamigni è da rintracciare in un giudizio avventato sulle bioetiche religiose e confessionali, formulato nel suo codicillo di dissenso sul documento CNB su ‘Bioetica e scuola’ e in generale sul metodo del CNB (luglio 2010). Da tale codicillo è nata una discussione col sottoscritto che dal metodo del CNB si è allargato alla questione dell’embrione. Le mie a Flamigni e quelle di Flamigni a me erano a conoscenza dei membri del CNB, ma non all’esterno. Successivamente il prof. Flamigni ha pubblicato le sue in Bioetica, n. 3-2011, senza indicare origine e motivi dello scambio. Sarebbe stato più coerente ed equo pubblicare le lettere di entrambi gli interlocutori, dando effettivamente ai terzi l’opportunità di valutare con cognizione di causa.

Ho proposto al prof. Flamigni di pubblicare l’intero carteggio su una rivista da individuare insieme, dando così al lettore gli elementi necessari per valutare adeguatamente. Non avendo ricevuto risposta, provvedo alla pubblicazione delle mie lettere, cui ho apportato qualche taglio per evitare ripetizioni.

I lettera. Il codicillo di dissenso di Flamigni in merito al documento su ‘Bioetica e scuola“ solleva, assai al di là del documento stesso, due problemi di grande rilievo che coinvolgono l’intero metodo del CNB, e su cui desidero esprimere un’opinione meditata.

 

 

1) Il primo tema concerne il carattere dei pareri/documenti del CNB, se debbano essere puramente descrittivi o contenere indicazioni di indirizzo. Sappiamo tutti che il CNB ha un compito consultivo, ma sappiamo altresì che il decreto istitutivo pone tra i compiti del CNB quello di “formulare pareri e indicare soluzioni, anche ai fini della

predisposizione di atti legislativi, per affrontare i problemi di natura etica e giuridica che possono emergere con il progredire delle ricerche e con la comparsa di nuove possibili applicazioni di interesse clinico avuto riguardo alla salvaguardia dei diritti fondamentali e della dignità dell'uomo e degli altri valori cosi come sono espressi dalla Carta costituzionale e dagli strumenti internazionali_ai quali l'Italia aderisce”.

Orbene, un documento di indirizzo è pienamente coerente col carattere stesso della bioetica, la quale è una scienza umana ed una disciplina pratica. Ora è noto che ogni disciplina pratica (morale, politica, diritto, economia, ecc) è per sua natura rivolta all’azione e alla decisione. Né possiamo cavarcela dicendo che noi dobbiamo solo descrivere ed altri (la politica) eventualmente prescrivere: è intrinseco allo statuto del parere su questioni pratiche (d’altra parte non si richiedono pareri su questioni matematiche) che esso incorpori un’indicazione dell’agendum. Una mera raccolta di opinioni non costituisce in alcun modo un parere, mentre l’organo politico chiede al CNB pareri.

Non sussiste dunque opposizione tra compito consultivo e parere che, a maggioranza o all’unanimità, propone una risposta di indirizzo o anche ‘prescrittiva’. Quanto al votare, il CNB non vota sulla verità dei criteri morali, ma vota documenti in cui si formulano indicazioni su problemi scottanti. Ciò che conta è la qualità dell’argomentazione prodotta e delle ‘evidenze’ scientifiche, filosofiche, giuridiche, cliniche avanzate. In questo compito il CNB è sostenuto dall’orizzonte dei diritti dell’uomo, dagli altri valori della nostra Carta e di altre carte e convenzioni internazionali. Non è tutto, ma spesso è una base di partenza notevole.E’ormai evidente che chi sa di non poter contare su argomenti razionali ma può solo affidarsi a verità rivelate, non può accettare una soluzione tanto ragionevole,la finta razionalità delle bioetiche religiose e confessionali non reggerebbe al confronto.

Come ho molte volte scritto, dunque, la scelta di produrre documenti di bioetica prescrittiva è il risultato del desiderio di dare voce ai principi della morale cattolica, una scelta che risale al 1990, anno dell’istituzione del Comitato, scelta che nessuno ha contestato con sufficiente energia ( e di questo mi sento responsabile anch’io). Accetto obtorto collo il fatto che in questo modo si è perduta l’occasione di dare al paese quella cultura bioetica laica della quale evidentemente si sente ovunque la necessità, ma trovo sbagliato e pericoloso che si inseriscano dichiarazioni tanto discutibili (uso un understatement) in un documento rivolto agli educatori.

A questo punto mi sembra ovvio che definire i documenti del CNB neutrali e pluralisti è scorretto e altrettanto scorretto è quindi indicarli nel documento come testi fondamentali ai quali fare riferimento per l’insegnamento della bioetica nelle scuole: A questo punto mi sembra ovvio che definire i documenti del CNB neutrali e pluralisti è scorretto e altrettanto scorretto è quindi indicarli nel documento come testi fondamentali ai quali fare riferimento per l’insegnamento della bioetica nelle scuole: E’ormai evidente che chi sa di non poter contare su argomenti razionali ma può solo affidarsi a verità rivelate, non può accettare una soluzione tanto ragionevole,la finta razionalità delle bioetiche religiose e confessionali non reggerebbe al confronto.

Codicillo di dissenso di

 

2) Nel codicillo di Flamigni è inserito un passaggio assai pesante: “è ormai evidente che chi sa di non poter contare su argomenti razionali ma può solo affidarsi a verità rivelate, non può accettare una soluzione tanto ragionevole,la finta razionalità delle bioetiche religiose e confessionali non reggerebbe al confronto.

che chi sa di non poter contare su argomenti razionali ma può solo affidarsi a verità rivelate, non può accettare una soluzione tanto ragionevole [la soluzione solo descrittiva], la finta razionalità delle bioetiche religiose e confessionali non reggerebbe al confronto”. Il codicillo è teso a invalidare in linea di principio l’intero lavoro del CNB con la speciosa argomentazione che i pareri del CNB sono ‘cattolici’ e perciò fideistici, irrazionali, poiché i cattolici sono incapaci di ricorrere alla ragione e si nascondono dietro la rivelazione. Si tratta un’opinione talvolta proposta ma priva di base per quanto riguarda i temi bioetici affrontati in Italia e altrove; un’opinione supponente che si guarda bene dall’entrare in medias res e sostenere una discussione in pari con l’oggetto in campo.

Consideriamo la questione cruciale, e certo difficile, dell’embrione umano, dove secondo alcuni il ‘laico’ assumerà lo stile occidentale della conoscenza e rimetterà al progresso scientifico l’individuazione del momento in cui l’embrione, da progetto di vita, assuma forma e sostanza di vita umana vera e propria (sto esponendo alla lettera la posizione di un giurista ‘laico’ italiano). Dal che si deduce che per il giurista ‘laico’ lo stile della conoscenza contempla esclusivamente la conoscenza scientifica: asserto la cui ripetizione non ne sminuisce il carattere di un dogma positivistico della più bell’acqua. Sulla base di una tale fiducia il giurista ‘laico’ crede che il progresso scientifico potrà dirci quando l’embrione umano diventerà vita umana vera e propria. Ora se per vita umana si intende per l’embrione il possesso del proprio genoma individuale, su questo la scienza ci informa. Se invece per vita umana vera e propria si intende un’esistenza personale, la scienza non ne sa né ne saprà mai nulla, essendo il concetto di persona una nozione filosofica elaborata entro i quadri dell’ontologia: conseguentemente affidarsi solo al progresso scientifico costituisce un atto di fede irrazionale e immotivata, ossia della specie più infelice che esista.

Sempre secondo l’autore cui mi riferisco “Un giurista cattolico, invece, non potrà assumere lo stile autenticamente occidentale della conoscenza…Un giurista cattolico non avrà da ricercare nulla, ma solo dare applicazione o, al più, dedurre da principi intangibili o dogmi della sua religione”. Considerato l’esempio addotto, ossia il tema dell’embrione, si deve concludere che a parere del ‘laico’ tale tema è per il (giurista) cattolico una questione di fede e di dogma. Sembra che non ci si sia data molta pena di documentarsi in merito, né di conoscere gli argomenti che giuristi e filosofi adducono: forse il vantato stile autenticamente occidentale di conoscenza rischia di essere uno stile di ignoranza. Se ci si fosse premurati di informarsi un poco, si sarebbe visto che gli argomenti svolti sull’embrione combinano conoscenze scientifiche e elaborazioni filosofiche, come è naturale dal momento che fede e Rivelazione non hanno gran che da dire sull’embrione.

Flamigni è giustamente interessato al tema dell’embrione, e lo sono anch’io. Mi sono occupato a fondo del tema dell’embrione umano, cui ho dedicato un capitolo di Il Principio-persona (Armando 2006), proponendo la migliore argomentazione in favore del suo statuto personale, alla luce di un’idea personalista che rimane centrale (per quanto strano possa sembrare a prima vista, i problemi di bioetica sono almeno altrettanto problemi di antropologia e di ontologia che problemi di etica).

Ciascuno può leggerselo e valutare se siano presenti argomenti di ragione o invece vi sia un richiamo alla rivelazione. Ciò che mi farebbe cambiare idea sarebbe soltanto l’elaborazione di un argomento più fondato e persuasivo del mio sinora difeso. Lo attenderei con interesse poiché sarebbe almeno il segno che la questione dell’embrione umano sarebbe stata affrontata al suo livello, senza manifesti meramente ideologici.

La cosiddetta ‘bioetica cattolica’, termine che non amo ma che va di moda ed ha fatto la fortuna di storici e dossografi che vivono sulla dicotomia bioetica cattolica-bioetica laica, va chiamata ben diversamente, ossia bioetica personalista, in quanto si fonda su una concezione sostanziale e non solo funzionale o meramente empirica dell’essere umano.

Piuttosto che trincerarsi dietro la bolsa retorica secondo cui il ‘cattolico’ in mancanza di argomenti si richiama indebitamente alla fede per imporre la sua verità, è imperativo richiamare una ben diversa e fondamentale dicotomia: quella che oppone coloro che ritengono che la ragione umana possa fare con le sue gambe un buon cammino – come nel caso della dottrina della persona e dell’embrione – e coloro che riducono al minimo il compito della ragione ed aspettano l’imbeccata solo dalla scienza, come se la scienza da sola potesse dirci chi e che cosa è la persona umana. E’ questa radicale dicotomia il vero nodo e il conflitto di base interno alla bioetica contemporanea.

1 agosto 2010

 

 

II lettera. Ringrazio sinceramente Flamigni per aver letto il capitolo del mio Il Principio-Persona dedicato all’embrione umano e al suo statuto ontologico: è un privilegio essere letti da colleghi, sia pure dissenzienti, e di ciò gli sono grato. Il capitolo è ampio e complesso, data la difficoltà del tema, e Flamigni onestamente dà atto che forse non ha compreso tutto. Egli sintetizza molto cursoriamente il mio percorso, e conclude che il ragionamento avanzato è scorretto e probabilmente contraddittorio nel nesso tra analisi ontologica dell’embrione umano e valutazione morale.

La cosa migliore che posso fare è riassumere il cammino argomentativo avanzato. Il mio argomento parte dall’accertamento del carattere dell’embrione umano, compito per il quale bisogna certamente tener conto dei dati della biologia ma non solo di essi, essendo il carattere umano e personale dell’embrione un elemento che può risultare come esito di un argomento che metta insieme dati della scienza e inferenze razionali. Per questo scopo assumo la determinazione di persona introdotta da Boezio (persona est rationalis naturae individua substantia), discutendo il concetto di individuo e quello delicato di sostanza, ostico in specie nell’attuale postura postmetafisica della cultura, ed in particolare nel positivismo più radicale e sempre risorgente. La sua parola d’ordine, ripetuta come un mantra acritico che dispensa dal pensare dice: solo la scienza conosce.

Passo poi a provare la piena sovrapponibilità tra le nozioni di ‘individuo umano’ e di ‘persona umana’, e a mostrare che al momento del concepimento si formano un individuo nuovo denotato dal suo genoma individuale ed una sostanza nuova (accade cioè una trasformazione sostanziale), e tale che da quel momento in avanti non sono esperibili altre trasformazioni sostanziali. Nell’argomento gioca un ruolo importante il patrimonio genetico del concepito, che organizza l’autopoiesi, svolge la funzione di ‘forma’ dell’intero processo di sviluppo ed è presente sin dall’inizio.

In questa linea di argomentazione l’atto fondamentale che denota il nuovo essere sostanziale è il suo proprio atto di esistere, nel quale si radicano tutti gli altri atti ‘secondi’ che in tanto possono accadere in quanto sono sostenuti nell’esistenza dall’atto primo e radicale del nuovo ente (actus essendi), anche se all’inizio possono non essere empiricamente accertabili. In ciò mi distacco dalla posizione funzionalistica che si limita ad accertare l’esistenza di atti secondi, senza mai domandarsi, in omaggio al postulato antiontologico, in che cosa si radichino tali atti secondi. Da ciò derivo la fondamentale incompletezza della posizione funzionalistica cui non poca parte della riflessione attuale su persona ed embrione aderisce. Infine sostengo che l’embrione, quale individuo appartenente alla specie umana per le indubbie sue caratteristiche genetiche, ed in quanto non appaiono altre trasformazioni sostanziali nel processo del suo sviluppo, è un essere umano a pieno titolo ossia una persona.

Di tali nuclei non vi è traccia nel riassunto di Flamigni che salta subito all’elemento valutativo, perdendo completamente di vista il lungo tragitto ontologico (non me ne meraviglio più di tanto essendo le nozioni ontologico-metafisiche difficili, per cui molti preferiscono evitarsi la fatica di considerarle, e data la posizione di parte della cultura che fugge dinanzi alla metafisica come dinanzi all’appestato, come osservava a suo tempo un filosofo non privo di ingegno).

Potrei fermarmi qui, facendo appello al criterio comunemente accolto che recita: rispetta l’essere umano. Ma desidero affrontare anche il nesso tra ontologia ed etica, su cui il semplicismo e gli equivoci sono pari a quelli concernenti la sostanza. L’etica, pur non essendo una mera derivazione logica dall’ontologia (e dall’antropologia), le è però non poco legata. Consideriamo i giudizi di valore nella loro varietà, tenendo conto che non esistono solo i giudizi di valore morale, ai quali soltanto Flamigni si riferisce: la classe dei giudizi di valore è molto più ampia e include giudizi di valore ontologici, estetici, morali, economici e di altri tipi. Pensare che i giudizi di valore siano solo morali è un errore marchiano, cui spesso si aggiunge l’idea che essi siano esclusivamente soggettivi ed espressioni di mere emozioni e non dunque opera dell’intelletto. I giudizi di valore morale, legati alla polarità buono-cattivo, lecito-illecito, sono un settore particolare e legato alla condotta umana, entro il campo generale dei valori e dei giudizi di valore, esplorato dalla ragione ed ampiamente popolato: ontologia, scienza, medicina, conoscenza teoretica in genere sono colme di giudizi di valore.

Se sostengo che l’Inter ha un valore economico maggiore del Napoli non sto esprimendo un giudizio di valore morale, e neppure se dico che l’Inter gioca meglio della Juventus: sto esprimendo un giudizio di realtà, attestato dalle rispettive posizioni in classifica. I giudizi di valore ontologico sono giudizi di realtà pronunciati dall’intelletto, quando ad es. diciamo che un certo ente od oggetto presenta caratteri di integrità e perfezione ontologica (nel senso in cui diciamo che l’organismo umano è più compiuto e perfetto di quello di una pulce), che attraggono la nostra attenzione e sollecitano il nostro senso morale. Ed è qui che si pone il transito dall’ontologia quale dottrina dell’essere all’etica o assiologia quale dottrina dell’etica e di un agire conseguente. H. Jonas si esprime molto bene scrivendo che l’assiologia è radicata nell’ontologia.

In altre parole l’etica emerge dall’ontologia in base ad un criterio che esprimerei così: rispetta l’essere secondo la misura o il livello in cui si trova, e perciò rispetta di più un essere vivente rispetto ad un sasso, e tra gli esseri viventi quelli dotati di un più alto grado di valore e perfezione ontologica. L’etica è appunto radicata nell’ontologia.

Ed è a questo punto che l’analisi ontologica sull’embrione umano si pone come base adeguata per un giudizio di valore morale sul rispetto dovuto all’embrione, e senza alcuna contraddizione. In breve, l’embrione umano, in quanto essere umano a pieno titolo e non semplice grumo di cellule, merita un rispetto incondizionato.

Avevo scritto nel libro, e Flamigni cita correttamente: “Sarà dalla risultanza dell’indagine ontologica che prenderanno rilievo le obbligazioni morali”. Così infatti ho proceduto, e mi pare che abbia poco senso inventare supposte contraddizioni. Gli equivoci stanno dalla parte di coloro che ricorrono ad ogni piè sospinto alla cosiddetta ‘legge di Hume’ che pone un abisso invalicabile e immotivato tra piano ontologico e piano morale, cesura che dipende da un assunto strettamente empiristico di partenza.

Vengo a qualche rapida conclusione, allargando lo sguardo alla questione su cattolico e laico in bioetica (e altrove), poiché il codicillo di Flamigni del luglio scorso si concentrava su tale punto:

a) Nella lettera del 3 novembre 2010 Flamigni osserva conclusivamente: “diversamente da quanto crede, la sua [di Possenti] conclusione [sull’embrione] dipende dalla visione cattolica e religiosa, come sostengo nel mio codicillo” (corsivo mio). Sono rimasto esterrefatto. Non si dà alcuna connessione tra il giudizio perentorio di Flamigni e l’argomento che ho proposto. Le nozioni di individuo, sostanza, valore, etc, non sono religiose e/o cattoliche: sono concetti universali, scoperti dalla ragione umana sin dal tempo dei Greci. Si può sostenere il contrario solo distorcendo la storia del pensiero, e magari facendo offesa a quel minimo di conoscenza che ciascuno dovrebbe acquisire in merito. Se mi si permette, una vera barbarie intellettuale.

Questo mi pare vero anche a proposito di quanto Flamigni scrive sul Documento del CNB circa l’insegnamento della bioetica nelle scuole. Secondo Flamigni “il Documento fa dipendere l’etica dall’antropologia, col risultato che invece di insegnare la religione cattolica ora la si chiama antropologia sostanzialista o cattolica” (corsivo mio). Ogni commento sembra superfluo, se non quello che con simili semplificazioni e disinformazioni si alimentano solo guerre ideologiche.

Flamigni fa anche riferimento rapido a Viano. Per quanto ne so, non credo che Viano abbia mai scritto l’enormità che la sostanza è cattolica. Avrà scritto che è un concetto obsoleto e ormai messo da parte, e su questo gli aveva replicato Berti, mostrando la disinformazione insita nell’asserto, in quanto il dibattito sulla sostanza è rifiorito vigorosamente a livello mondiale e in specie nella filosofia analitica anglosassone (cfr. il saggio di Berti “Sostanza e individuazione”, in Annuario di Filosofia 1998, Mondadori 1998).

 

b) In breve Flamigni equivoca gravemente quando ritiene che un approccio ontologico sia qualcosa di cattolico e di confessionale o addirittura privo di senso. Nelle vicinanze stanno i positivisti più sciamannati, che con grande assertività e minima coerenza andavano dicendo che ‘ogni proposizione non empirica è priva di senso’, senza minimamente rendersi conto che l’asserto da loro avanzato non era empirico! Questa sì che è una meravigliosa contraddizione! Ed infatti alcuni di loro hanno impiegato decenni per riprendersi dall’osservazione.

 

3 gennaio 2011

 

 

III Lettera, al Direttore di Bioetica

 

Il n. 3/2011 di Bioetica ospita un intervento del prof. Carlo Flamigni (“Lettera semiseria su come si lavora nel CNB”), in cui diverse pagine sono dedicate ad una discussione intervenuta tra noi in merito alle bioetiche ‘confessionali’ ed all’embrione umano.

Penso che i lettori abbiano la legittima curiosità di sapere come sia iniziato lo scambio. La discussione col prof. Flamigni si è avviata quando oltre un anno fa egli ha inserito un passaggio nella sua postilla al documento “Bioetica e formazione nel mondo della scuola” (16 luglio 2010), di cui si tratta ampiamente nel n. 3/2011. Il passaggio suona (prego di leggere con la massima attenzione): “E’ ormai evidente che chi sa di non poter contare su argomenti razionali ma può solo affidarsi a verità rivelate, non può accettare una soluzione tanto ragionevole [quella di stilare pareri e documenti soltanto descrittivi], la finta razionalità delle bioetiche religiose e confessionali non reggerebbe al confronto” (Comitato Nazionale per la Bioetica, Pareri 2009-2010, p. 313). Quando lessi la postilla del collega mi stropicciai gli occhi, pensando di aver male inteso. Rilessi, ma la frase era quella, tassativa, senza se e senza ma, e piuttosto sprezzante. Non vi è in essa alcun ‘mi pare’ o ‘forse’, che il collega stesso ritiene il necessario contrassegno di uno studioso serio (risulta poi improprio ricavare dal nostro dibattito privato giudizi sul modo di lavorare del CNB).

In base al dettato del prof. Flamigni dunque vi sono (e probabilmente sono molto numerosi) molti esperti di bioetica che non sono in grado di avanzare verità razionali ma che devono arrangiarsi con verità rivelate perché le loro bioetiche religiose e confessionali sono inficiate da una razionalità finta e spuria. Infatti non sarebbero in grado di reggere al confronto critico, come si sostiene. Pare evidente che il collega si riferisca in primis ai cattolici, cui attribuisce le non simpatiche proprietà appena enucleate. Osserverei che risulta arduo dialogare se una parte ritiene che l’altra non sia in grado di ricorrere ad argomenti razionali.

Nella discussione poi innescatasi ci si è riferiti al problema dell’embrione umano, in merito al quale ho argomentato qualche anno fa che è un essere umano a pieno titolo. Non riporto l’argomentazione che è piuttosto complessa ed ampia e che in parte è riassunta dal collega (l’argomento è sviluppato in Il Principio-Persona, Armando 2006). In merito il prof. Flamigni obietta (lettera del novembre 2010) che la mia posizione è sostanzialista e cattolica. Scrive in rapporto al secondo aspetto: “diversamente da quanto crede, la sua [di Possenti] conclusione [sull’embrione] dipende dalla visione cattolica e religiosa, come sostengo nel mio codicillo” (corsivo mio). Sono rimasto molto stupito, non risultando alcuna connessione tra il giudizio perentorio di Flamigni e l’argomento che ho proposto.

Il concetto di sostanza è da me impiegato in maniera esplicita, ed è quindi sfondare una porta aperta rilevarlo. Molto diverso è il caso del ‘cattolica’. Poiché nel mio argomento ho trattato di individuo, genoma, autopoiesi, trasformazioni sostanziali, forma, etc. e poiché nessuna di queste nozioni appartiene alla rivelazione ma alla filosofia ed alla scienza, mi sorge il dubbio che il prof. Flamigni consideri il concetto di sostanza un concetto cattolico. Niente di più falso, ahimè. La nozione di sostanza è stata elaborata dal pensiero greco e segnatamente da Aristotele nel IV secolo avanti Cristo, ed appartiene da allora al retaggio del pensiero filosofico ed in particolare della filosofia dell’essere.

L’altra critica sollevata da Flamigni concerne la ‘legge di Hume’, che vieta il passaggio da asserti descrittivi ad asserti normativi, e che a suo parere avrei violato (e che più di me avrebbero violato coloro che nel 1996 stesero il documento ‘Identità e statuto dell’embrione umano’). Del divieto di fallacia naturalistica si possono dare varie letture, tra cui quella empirista-positivista che parte da un concetto di essere previamente ridotto e per così dire disossato. Il dibattito in merito è tuttora abbastanza vivace, seppure meno di un tempo nel senso che numerosi autori contemporanei ritengono che la secca dicotomia fatti-valori vada oltrepassata. Naturalmente dal fatto che David Hume è il tal giorno uscito da casa sua alle 9 di mattina, non si può cavare gran che, e sarebbe scorretto farlo. Ma tanti problemi di nesso essere-dover essere non sono così semplici e banali. In breve penso che sussista un nesso (anche se non deduttivo) tra assiologia e ontologia, come ho cercato di illustrare nella lettera a Flamigni.

Detto questo, veniamo al punto. I problemi che Flamigni ed io stiamo discutendo vertono fondamentalmente sulla nozione di sostanza e sulla legge di Hume: due nuclei che sono di pieno dominio della ragione umana e della argomentazione filosofica. Siamo cioè impegnati in una discussione razionale in cui vi è una divergenza di opinioni, ma in cui non entrano motivi fideistici e confessionali. Sembra anzi che lo svolgersi del dibattito e il carattere delle critiche di Flamigni abbiano prodotto una bella autoconfutazione del giudizio di partenza secondo cui chi non è in grado di affrontare argomenti razionali si rifugia in verità rivelate. L’autoconfutazione accade quando il dialogante A introduce lui stesso nello sviluppo dell’argomentazione elementi e criteri che negano gli assunti da A posti in premessa. Nel caso in esame la premessa reggente è che i sostenitori di bioetiche confessionali, cattoliche, etc. non siano in grado di reggere il confronto col pensiero critico e si affidino a fedi e rivelazioni religiose. L’autoconfutazione consiste nel fatto che il dialogante A (il collega Flamigni) nel tentativo di mostrare che la mia posizione dipende da premesse rivelate o fideistiche, fa di fatto ricorso al concetto di sostanza ed alla legge di Hume, sia pure per criticare la prima e affermare la seconda.

Ora, ciascuno vede che tanto la nozione di sostanza quanto la legge di Hume non siano minimamente elementi che provengono dalla rivelazione cristiana, ma nozioni di pertinenza della ragione umana.

Con ciò risultano falsificati i due assunti di partenza espressi nella frase di Flamigni: quello secondo cui i ‘religiosi’ o i ‘cattolici’ si affidino a bioetiche confessionali, e quello secondo cui essi non sarebbero in grado di reggere all’urto del pensiero critico. Opino che quanto pare valido per l’embrione possa valere in numerose altre tematiche bioetiche, in cui le questioni in gioco sono ontologiche, scientifiche, etiche, razionali appunto, non di fede.

Però…, sì, c’è un però. Può darsi che il nostro dibattito abbia in realtà fatto un passo avanti e forse conseguito un qualche esito. In effetti nella seconda lettera di Flamigni (marzo 2011), nonostante varie intemperanze verbali sui cattolici che assumono le loro informazioni da fonti più alte (in realtà le fonti non possono che essere scientifiche e filosofiche, come detto e ridetto), mi pare che sia caduto l’asserto o il pre-giudizio secondo cui la mia posizione sull’embrione è ‘cattolica’ (e dunque a priori fideistica). Pare un notevole passo in avanti, nonostante la perdurante e forte diversità di opinioni sull’embrione umano.

Mi sembra infatti che il prof. Flamigni, pur segnalando la notevole complessità del tema, non escluda la possibilità di connettere giudizi di realtà e corrispondenti valutazioni. Quanto alla sostanza ed al problema della trasformazione sostanziale qui non posso che sfatare qualche malinteso. Il collega scrive: “Mi sembra assurdo dire che alla fecondazione si crea una nuova sostanza capace di comprendere o produrre fenomeni spirituali” (corsivo mio): in realtà non l’ho proprio sostenuto, e neanche che gli embrioni discutano tra loro, supposto che mi si attribuisca un’immagine così infelice e non priva di sarcasmo (ma il sarcasmo non è un argomento).

Ritengo che il concetto di sostanza (e di esistenza in sé e non in altro) vada affrontato in rapporto alla nozione di essere, e che dunque non sia sufficiente il ricorso ai soli dati della scienza per impostare una risposta al problema dell’embrione umano.

Nell’editoriale del n. 3 di Bioetica ad un certo punto si legge una frase felice: “il cattolico romano con ‘ragione’ intende quella metafisica, mentre il laico (ateo o agnostico) intende quella positivista. Come minimo bisogna che i metafisici smettano di ripetere che la ragione positivista porti dritto e necessariamente allo scientismo, e i secolarizzati che la ragione metafisica non produca altro che i ‘sogni di un visionario’ ” (p. 385s). Condivido, aggiungendo che la ‘ragione metafisica’ non è nata nel cattolicesimo romano: è – fortunatamente – nata molto prima, si estende assai al di là del cattolicesimo e non è legata intrinsecamente ad una rivelazione religiosa. Ciò a mio parere è una vera fortuna poiché potrebbe contribuire a disinnescare il conflitto bioetico tra ‘laici’ e ‘cattolici’, riportandolo non a fideismi di vario genere (non ci sono solo quelli religiosi), rivelazioni, poteri, domini, votazioni, maggioranze, etc., ma a questioni di scienza e filosofia, sempre difficili, ma non ipotecate a priori da partiti in vario modo assoluti.

 

dicembre 2011

 

 

 

IV Lettera. 1. Intorno a Natale ho inviato una lettera al direttore di Bioetica, prof. Maurizio Mori (vedi sopra). Adesso stendo una risposta più ampia. Forse è stato meglio così, in quanto solo recentemente ho letto un libro di Flamigni (La questione dell’embrione, QE, Dallai ed., 2010), che egli mi suggeriva di guardare nella sua ultima, pensando che sull’embrione e l’inizio della vita personale io traessi ispirazione da più alte e rivelate istanze fideistiche (il solito refrain, oserei dire). La presente risposta tiene conto del suddetto volume che completa utilmente il quadro del nostro dibattito sull’embrione.

 

2. Sostanza e trasformazione sostanziale: qui è il nodo reale del problema-embrione. QE dà segno di avvedersene e infatti scrive a p. 92: “la fecondazione è una tappa importante ma non decisiva per il cambiamento sostanziale richiesto dall’essere persona, un cambiamento che può avvenire solo quando il processo ha raggiunto un’adeguata complessità organizzativa”. Espressioni che si leggono con vera soddisfazione: dunque non è vero che parlare di sostanza e di cambiamenti sostanziali sia qualcosa di cattolico e di fideistico, e neppure è vero che il concetto di sostanza sia defunto come con un eccesso di sicurezza avevano dichiarato alcuni in rapporto al documento CNB sull’embrione umano del 1996.

A parte la soddisfazione, aggiungo che a mio avviso non vi sono nel testo di F. gli elementi minimi che consentano di impostare il tema del cambiamento sostanziale, in specie la differenza invalicabile tra trasformazione sostanziale e quelle accidentali (i cambiamenti di cui si parla a p. 93 quali le funzioni metaboliche di accrescimento, di differenziazione, etc sono tutte nel linguaggio rigoroso della filosofia accidentali, che naturalmente non vuol dire secondarie). Orbene essere privi di una concettualità che cerchi di spiegare il mutamento-trasformazione ed i suoi vari tipi significa muoversi alla cieca, e ciò vale anche per le differenti forme di causalità che intervengono dal concepimento in avanti e che non possono ridursi solo alla causa efficiente, ma quanto meno anche a quella formale 1.

Nella sua del marzo 2011 Flamigni mi rivolge inoltre l’appunto di non aver chiarito il problema dell’identità genetica e dell’identità individuale dell’embrione e della loro possibile differenza (cfr. p. 442ss. di Bioetica). In realtà il tema è trattato nel mio libro, in cui si riconosce che esistono casi in cui l’identità genetica non coincide con l’identità individuale e si offre una risposta. Forse il mio interlocutore non ha prestato sufficiente attenzione, o forse non ha voluto accorgersi dell’argomento.

In merito al problema dell’identità aggiungo che QE impiega sempre individuo solo come indivisibile, non individuo come attualmente indiviso e quindi esistente come un tutto o un intero (cfr. pp. 78ss). Individuo è definito come indivisum in se, non come indivisibile in se. Dunque non è l’indivisibilità a fare l’individualità, ma l’individualità consiste nell’essere attualmente indivisi formando un intero o un tutto attuale.

In fin dei conti la posizione sull’embrione è in F. meramente stipulativa. Assimilando senza alcun motivo la scelta di una certa antropologia ad un mero fatto fideistico-religioso, scrive: “negli Stati moderni nei quali la costituzione garantisce libertà di religione, i cittadini dovrebbero essere lasciati liberi di scegliere anche nei riguardi della natura del concepito” (p. 19). Dunque appartenere o meno alla specie umana, essere o meno una persona, sarebbe l’esito di una preferenza, o magari perfino di un referendum, non di un argomento!

 

3. Persona e personalismo. Sul modo di intendere e determinare la persona e l’esser-persona dell’embrione si incontrano in QE posizioni molto difficili da tenere insieme con un minimo di coerenza. Consideriamo infatti. Prima affermazione: “Io ritengo che l’embrione possa essere considerato come una persona potenziale (corsivo mio) dal momento in cui la donna nel cui grembo si è annidato lo riconosce come proprio figlio e così facendo lo mette in rapporto con l’umanità della quale ella fa già parte” (p. 70). Seconda affermazione: “Ma nessuna di queste tappe [quelle in cui l’embrione acquisisce funzioni metaboliche, di accrescimento, si differenzia, si specializza, acquisisce sensibilità e capacità di movimento] è sufficiente a fare di questo prodotto di un concepimento una persona vera [corsivo mio] almeno fino al momento in cui acquisisce l’autonomia (ovvero può vivere al di fuori del grembo materno) o fino al momento in cui la donna che lo ha accolto nel proprio grembo lo riconosce come proprio figlio e attraverso se stessa gli consente di entrare in rapporto con l’umanità” (p. 93).

Due sono le considerazioni che emergono: a) in rapporto alla stessa situazione – l’annidamento nell’utero – lo stesso embrione è una volta una persona potenziale e qualche pagina dopo una persona vera; b) le due determinazioni di persona di p. 93 non hanno nulla di comune. E’ ovvio che l’essere persona autonoma fuori dal grembo materno è situazione diversissima dall’essere persona come embrione annidato, e che dunque rischiamo il nominalismo e l’indeterminazione più completi. Si rimane sorpresi dinanzi a tale esito che ci lascia in secco proprio là dove sarebbe meno necessario. Sembrerebbe che siamo al di sotto di uno standard accettabile di elaborazione.

QE presenta tre versioni di personalismo: sostanzialistico, funzionalistico, relazionale, sembrando a seconda dei casi favorevole ad un personalismo relazionale oppure funzionalistico. Quanto al personalismo relazionale è indubbio che la persona è inserita in una rete di relazioni che contribuiscono alla sua umanità, tuttavia la dignità della persona non dipende dal contesto di relazioni in cui essa è inserita, né dal progetto che vi si esprime e ancor meno dalla volontà di coloro che accolgono o non accolgono il concepito in una relazione.

L’essere-persona è una posizione assoluta originaria, non qualcosa che le provenga dalla relazione o dalla volontà dell’adulto che chiama o non chiama il concepito in una relazione. Se dunque il personalismo è sempre relazionale in quanto la persona è ‘essere aperti a’, non è la relazione che fonda la persona, ma il contrario. In altri termini la possibilità di avere relazioni è intrinseca all’essere persona, ma questa non viene meno se per qualche motivo non vi sono relazioni. Il personalismo relazionale è un momento importante del personalismo sostanziale o ontologico, non una nuova fattispecie2.

In tal senso il diritto alla vita non è differenziato secondo gradi e momenti, ma è unitario e spetta all’essere umano sin dal concepimento: gli spetta in quanto tale significa che non gli è attribuito dagli altri ma gli proviene per natura, altrimenti non è un diritto umano. Attualmente il diritto alla vita è protetto dall’enunciato dell’art. 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che suona: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”, ma nei lavori preparatori del 1948 due delegazioni (Cile e Libano) proposero di formulare l’art. includendo per quanto concerne il diritto alla vita la precisazione “dal concepimento sino alla morte naturale”, sebbene poi l’integrazione non venisse recepita. Di recente si segnala la posizione della nuova Costituzione ungherese, che tutela la vita del feto sin dal concepimento.

 

4. Cultura di riferimento. L’atteggiamento di fondo di QE è un positivismo che dichiara la metafisica un discorso irrazionale: cfr. p. 220 in cui le filosofie basate sulla metafisica sono considerate fondate poco o nulla sulla ragione. Con queste premesse acritiche non si fa alcuna strada e si requisisce abusivamente la ragione quale proprietà indiscussa ed inalienabile del ‘laico’. Una pretesa oltranzista che rende pressoché impossibile il dialogo. Ritengo invece che tanto la filosofia senza aggettivi quanto la metafisica abbiano una legittima pretesa di verità e che siano in grado di giustificarla e di esercitarla. Risalta qui quanto già scrivevo nella mia prima lettera (agosto 2010), ossia che la differenza di fondo non è tra cattolici e laici, come F. non cessa di ripetere sbagliando bersaglio, ma tra un uso in cui la ragione umana vede operare insieme scienza e filosofia ontologico-realistica, ed un altro in cui i dati della scienza – cui va tutta la mia attenzione – sono letti con filosofie di riferimento non di rado ricalcate sulla sola conoscenza scientifica.

Per chiarire meglio, ritengo che il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo costituisca una parte notevole della conoscenza umana a cui non dobbiamo rinunciare, a patto però di non rinchiuderci in essi. La soluzione più fondata è la sinergia tra nucleo scientifico e argomentazione filosofica. In QE è piuttosto frequente la dissociazione operata tra dati biologici e concettualità filosofica. E’ vero che il problema della natura personale o meno dell’embrione è filosofico e non scientifico, ma la sinergia tra scienza e filosofia è necessaria ed essa opera al massimo grado nell’approccio realistico-sostanzialistico, nel senso che in esso le risultanze biologiche sono inserite senza particolari strappi nel tessuto argomentativo filosofico. D’altronde la sinergia tra il realismo della scienza e quello della filosofia ha consentito di trarre il massimo vantaggio dalle grandi scoperte del 1827 e del 1953.

 

5. La legge di Hume. Sulla legge di Hume ho scritto nella mia del gennaio 2011. Qui aggiungo che è saggio porre un freno al suo uso intimidatorio e talvolta perfino terroristico. Tale legge ha una validità circoscritta ad un concetto di essere rigorosamente empirico-fattuale; se viene assolutizzata come un passpartout diviene una trappola per gli indotti, suggerendo invece di iscriversi alla congregazione degli apoti. In merito avevo evocato il nome di Jonas come un autore significativo sul nesso tra ontologia e assiologia. Flamigni risponde che non l’ha letto: presumibilmente non gli interessa. In tal modo si priva di un apporto concernente proprio il tema da lui evocato, a meno che non si debba pensare agli aristotelici padovani che si rifiutavano di guardare nel cannocchiale di Galileo per non veder messe in dubbio le loro elucubrazioni.

 

6. Maggioranze e minoranze. Il prof. Flamigni fa spesso appello a maggioranze e minoranze sul tema dell’embrione (e su altri), e per così dire ‘butta in politica’ il problema, lamentandosi del fatto che io disporrei di poteri e maggioranze entro il CNB per squalificare la sua posizione, e per cancellare le opinioni dissenzienti, cose che mi sono completamente estranee e che non ho mai praticato. Ciò che sconcerta è che F. inserisca le pagine sul nostro scambio entro uno scritto [quello pubblicato su Bioetica] teso a criticare pesantemente il modo di lavorare del CNB, come se la nostra discussione abbia qualcosa a che fare col metodo del CNB o deponga contro di esso.

Trovo spiacevole, e soprattutto non corrispondente ai fatti, che una discussione tra studiosi venga incasellata come una sorta di lotta di potere tra maggioranze e minoranze, in cui i ‘fideisti’ impedirebbero a coloro che detengono il monopolio della ragione di prevalere. Mescolare il piano dell’argomentazione con quello della votazione entro il CNB confonde disastrosamente le acque.

Quanto al mio interesse per il tema embrione ricordo per amore di precisione che sviluppai l’argomento sull’embrione intorno al 1990-91, che ne pubblicai un primo modesto e incompleto abbozzo nel lontano 1992 su rivista e poi in forma più esplicita e congrua nel volume Approssimazioni all’essere (1995), ripreso per l’essenziale e ulteriormente elaborato nel libro del 2006. Nel 1992 il CNB era appena stato nominato, io non ne facevo parte e il documento sull’identità dell’embrione era di là da venire 3. Sono dunque pervenuto alle mie conclusioni in maniera largamente indipendente dal documento del CNB. Ce ne è quanto basta per mantenere il confronto entro il quadro di un dibattito intellettuale tra persone con prospettive lontane, evitando il giudizio secondo cui vi sarebbero nel CNB persone che non ragionano con la propria testa.

 

7. Atteggiamento di fondo. Una particolare preoccupazione di QE è il Magistero cattolico: “è molto più importante per me confutare le dogmatiche teorie della Chiesa cattolica e dimostrare quanto confuse e disordinate siano” (p. 220). L’atteggiamento è dichiaratamente critico, e non c’è da scandalizzarsi, salvo la notevole confusione effettuata tra singole posizioni di bioeticisti e teologi cattolici e magistero della Chiesa cattolica. Per quanto si capisce da un lungo capitolo di QE dedicato alle molteplici prese di posizione sull’embrione, si tratta nella massima parte di casi di opinioni di bioeticisti e/o teologi, le cui opinioni valgono non in forza della loro maggiore o minore cattolicità (quale?), ma in forza delle evidenze e degli argomenti che avanzano; la loro discussione è libera, né pare che il magistero ecclesiastico si affanni a condannare questa o quella teoria sull’inizio della vita personale.

 

7. Conclusione. Tiriamo qualche somma. L’attacco secondo cui i sostenitori di ‘bioetiche religiose’ si affidano a fedi e rivelazioni, non si conclude bene per l’incauta tesi affermata. Gli argomenti addotti a suo sostegno risultano confusi e inconsistenti. L’affermazione secondo cui le bioetiche affrettatamente designate come religiose e confessionali attingono i loro argomenti da fedi rivelate e sono afflitte da finta razionalità – sul tema dell’embrione ma poi anche su molti altri – risulta infondata e alquanto ideologica.

 

Poscritto sulle idee di Findlay sull’embrione umano. QE tratta anche della possibilità di ridefinire la nozione biologica di embrione umano, appoggiando il tentativo avanzato nel 2007 da J. K. Findlay. Questi con incredibile disinvoltura ritiene che “per poter essere definito ‘embrione umano’ una entità biologica deve essere potenzialmente in grado di formare un essere vivente”, ossia l’entità biologica che Findlay vuole ridefinire come ‘embrione umano’ può tranquillamente diventare qualsiasi essere vivente. Dunque è embrione umano non solo ciò che proviene dai buoni e vecchi gameti umani nel processo della singamia, ma anche “le entità che si sono formate con il DNA di due differenti specie” (Findlay). Ma qui i conti non tornano, poiché l’argomento di Findlay è viziato dall’errore nominalistico che sta all’inizio e che è espresso nella prima condizione, completamente indeterminata, e tale che da essa può seguire qualsiasi cosa.

 

5 marzo 2012

 

1 La dottrina delle trasformazioni ne prevede quattro: sostanziale (concepimento e morte, generazione e corruzione; la funzione di nutrizione); cambiamento qualitativo come un’alterazione (ad es. il colore di una foglia si altera e muta); quantitativo (accrescimento e diminuzione), locale (movimento o spostamento).

 

2 Flamigni cita a p. 16s un brano dell’Aquinate sulla persona (S. Th., I, q. 29, a. 4) a favore dell’idea che il concetto di persona (umana) significhi relazione. Il riferimento è fuori luogo in quanto l’art. 4, come Tommaso dice in apertura dello stesso, si riferisce alle persone divine come relazioni sussistenti. La persona umana è ben lungi dall’essere una relazione sussistente.

 

3 Dal 1992-95 al 2010 quando esce il libro di Flamigni esiste un notevole scarto di anni, più che sufficiente perché egli, così impegnato a classificare le posizioni di bioeticisti e ‘teologi’ sull’embrione, si potesse accorgere della esistenza di un argomento pre-CNB sulla personalità dell’embrione. Così non è stato, ma in fin dei conti il nostro scambio ha avuto almeno l’esito di far emergere che tale argomento esiste.