Vittorio Possenti

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Home Bioetica Sull’embrione umano e l’equivoco di E. Severino

Sull’embrione umano e l’equivoco di E. Severino

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Premessa.

Questo breve testo espone la critica alla posizione sull’embrione propria del noto pensatore italiano E. Severino. Esso è una sezione, con qualche piccola aggiunta, del mio contributo La rivoluzione biopolitica e la rivoluzione antropologica (AA, VV., La biopolitica tra passato e futuro. Da van Potter alla società 5.0, a cura di E. Larghero e di M. Lombardi Ricci, Effatà, Cantalupa 2019, pp. 37-58).

Il caso serio dell’embrione umano. In questo ambito emerge come centrale la questione dell’embrione umano, del suo statuto personale e del diritto alla vita sin dal concepimento. Il suo carattere personale è argomentato attentamente in Il Nuovo Principio Persona (Armando, Roma 2013, cap. V, “Ontogenesi: embrione e persona”) con un metodo che fa interagire evidenze scientifiche e filosofiche1 .

La nozione di persona, si è detto, non appartiene alla biologia o alle scienze naturali: è un concetto filosofico che si è sviluppato intorno al III-V secolo e che da allora non ha abbandonato la vicenda della filosofia tardo antica, medievale e moderna, ed è tuttora ben presente. Non sembra in merito rilevante che il ‘termine’ persona possa provenire dall’etrusco phersu, dal latino (personare) o dal greco (prosopon, maschera): fondamentale è la determinazione concettuale-reale di persona. Essa dai tempi di Boezio suona: rationalis naturae individua substantia (una sostanza individuale di natura razionale o intellettuale). Questa determinazione è strettamente filosofica, possiede una portata ontologico-reale e non soltanto funzionale, nel senso che l’accertamento dell’esser-persona possa esser stabilito solo in base alla presenza di determinate funzioni esperibili2 . E’ importante aggiungere che le nozioni di individuo umano e di persona umana sono equiestensionali: ogni individuo umano è per ciò stesso persona umana. Non si danno individui umani che non siano identicamente persone umane e viceversa.

La posizione proposta in Il Nuovo Principio Persona ha a che fare con le trasformazioni sostanziali, ossia quelle trasformazioni che danno origine ad una sostanza nuova (come nei processi di generazione e corruzione). Per dirla in breve, l’emersione di un nuovo individuo (processo ontogenetico) non è il risultato di un processo continuo inserito nella storia del ciclo vitale di una specie, ma un salto qualitativo o appunto una trasformazione sostanziale in cui e da cui ha origine una nuova realtà individuale: il salto qualitativo accade nel momento in cui i due gameti si fondono, formando una nuova realtà individuale, dotata sin dall’inizio di enorme capacità autopoietica e di differenziazione. Dal momento della trasformazione sostanziale in avanti sono esperibili moltissime altre trasformazioni (crescita, sistema nervoso, arti, etc) che con linguaggio approssimativo possiamo chiamare ‘secondarie’ nel preciso senso che non cambiano la natura ontologica dell’individuo di cui parliamo. Sono trasformazioni importantissime ovviamente, ma non mutano lo statuto ontologico dell’individuo che si è creato, e in cui l’unico salto è all’origine. Non siamo perciò dinanzi ad un ‘potenziale nuovo individuo’, ma ad un individuo umano in atto, della specie homo sapiens, dotato di 46 cromosomi, e con quasi illimitate potenzialità di sviluppo in un movimento teleologico che non ne muta la natura. Essa è dichiarata dal patrimonio cromosomico e genetico in un processo di crescita guidato dalla sua trasmissione al nucleo dei miliardi di cellule che costituiscono il corpo umano (dal punto di vista dell’argomento non è rilevante il fatto che circa il 15% dei concepimenti abortisca spontaneamente).

L’embrione come uomo in potenza e la posizione di E. Severino. Nel caso dell’embrione umano si discute molto sull’assunto che esso sia un ‘uomo in potenza’, qualcosa che sta per diventare uomo ma che ancora non lo è. Nell’opuscolo Sull’embrione (Rizzoli, Milano 2005) Emanuele Severino discute in generale il ‘tema embrione’, e in specie la questione della potenzialità e dell’uomo in potenza; egli assume ”perlopiù come punto di partenza le attuali tesi della Chiesa cattolica, per mostrare a quali assurdi esse conducano. E dalla Chiesa aspetto una risposta non affrettata” (p. 9, corsivo mio). L’attacco critico è senza sottintesi, e gli assurdi a parere dell’autore proverrebbero dall’assunto che l’embrione sia una persona umana in atto.

Severino non discute in alcun modo l’argomento in favore dell’embrione come persona in atto, né discute la trasformazione sostanziale che accade nel momento del concepimento, quando i due gameti si fondono per dare origine ad un nuovo essere umano3 . Si concentra sull’idea che l’embrione sia uomo in potenza (è già uomo ma in potenza), cercando di mostrarne l’inconsistenza. Perciò si volge preliminarmente alla questione della potenzialità o della capacità: il bambino è capace di diventare adulto, l’alba di diventare giorno. “Con Aristotele è prevalso il principio che la capacità esiste anche prima di essere esplicata o messa in pratica” (p. 43). Se l’embrione è un essere umano in potenza, ciò significa che è capace in condizioni normali di diventare uomo, sebbene il processo che va dall’embrione all’essere umano non è garantito: in effetti lo sviluppo intrauterino può incontrare cause impedienti che possono condurre all’espulsione e alla morte dell’embrione.

Torniamo al tema potenzialità: che nel neoparmenidismo severiniano essa sia assolutamente negata in rapporto alla tesi aprioristica dell’eternità di ogni singolo ente, è cosa ben nota; come noto è l’assunto severiniano che nega la trasformazione di ogni tipo, la causalità, il diventar altro, etc. Non è qui possibile entrare in dibattito con le principali posizioni filosofiche del neoparmenidismo severiniano e mostrarne i gravi problemi che sottendono4 . Ci volgiamo alla presunta inconsistenza della nozione di ‘uomo in potenza’ che sarebbe un caso tra i molti dell’assurdità dell’idea stessa di potenzialità.

L’autore intende asseverare ulteriormente la sua tesi ricorrendo ad una frase di Aristotele: “ogni potenza è nello stesso tempo potenza di ambedue i contrari” (Met., l. IX, c. 8, 1050b8, corsivo mio), interpretandola però in maniera errata a causa del suo proprio ‘eternismo’ che prevede solo opposizioni di contraddizione. Ed ecco la sua risposta: se l’embrione come uomo in potenza può diventare un uomo in atto, allora – proprio perché lo può e non lo diventa ineluttabilmente - può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che uomo non è (p. 45s). L’embrione sarebbe insieme uomo e non-uomo e questi due opposti – uomo e non-uomo – sarebbero uniti necessariamente: “proprio per questo, l’embrione non è un esser uomo”.

Si vede facilmente che l’opposizione di contraddizione tra uomo e non-uomo, cui ricorre Severino, è opposizione tra termini ed è assolutamente indeterminata, poiché non-uomo può essere qualsiasi cosa, come ad es. una montagna, ed ha poco a che vedere con la potenzialità5 . La potenzialità è infatti determinata: partendo dall’idea che l’embrione sia solo un essere umano in potenza, questi potrà diventare uomo in atto, oppure morire, ma non potrà in alcun modo diventare una montagna. Parimenti la generazione di platani da semi di platani è un ‘perlopiù’ nel senso che il seme di platano non si sviluppi e vada incontro alla morte, non nel senso che il seme di platano si muti in qualsiasi altra cosa.

L’inconsistenza della posizione severiniana dipende dal fatto che l’autore opera solo con l’opposizione di contraddizione tra termini, e lascia da parte le altre forme di opposizioni, tra cui in specie quella di privazione-possesso e quella di contrarietà cui in particolare si riferisce Aristotele. Questi infatti dice chiaramente, nella frase che Severino stesso ha citato poco sopra, che la potenzialità si riferisce ai contrari, non agli opposti secondo contraddizione. Dicendo cose contrarie si allude alle opposizioni di contrarietà bianco-nero; caldo-freddo, piccolo-grande, etc. Una massa d’acqua ha la potenzialità di essere congelata e di essere riscaldata, un corpo bianco può diventare grigio, un corpo minuscolo può aumentare di volume (i contrari stanno entro un genere, ad es. bianco-nero entro il genere colore). Ma ora consideriamo, ben piantati nella realtà, il concepito-embrione, che c’è, è qui davanti e ci interpella. Egli è dotato di possibilità di crescita ‘omogenea’ per la sua capacità intrinseca o ontogenetica, e non di diventare altro da sé in quanto l’identità genetica non muta. L’embrione non ha alcuna potenzialità di diventare non uomo (ad es. un leone), ma gli può solo accadere che si interrompa per vari motivi il suo ciclo evolutivo e muoia. In queste considerazioni di grande rilievo è il finalismo intrinseco alla generazione-procreazione, il quale non prevede la possibilità di diventare nonuomo, ma soltanto la possibilità di non svilupparsi adeguatamente, di essere espulso e di perire.

Concludiamo: la critica di Severino alla nozione di ‘uomo in potenza’ (e all’embrione come ‘uomo in potenza’) non regge, perché per l’autore ogni minima cosa è in atto ed eterna, il che significa che mai e in nessun luogo vi è potenzialità. Sarebbe stato pertanto più semplice e lineare affermare subito l’assunto aprioristico dell’insussistenza di ogni e qualsiasi forma di potenzialità. D’altro canto Severino stesso contribuisce ad asseverare l’assurdità della sua posizione, limitandosi alla sola opposizione di contraddizione, proprio nel momento stesso in cui cita Aristotele che si riferisce ad un’opposizione di contrarietà.

In secondo luogo gli argomenti secondo cui il concepito è un essere umano in atto non sono neppure considerati: posizione ancora più strana in una filosofia in cui ogni cosa è atto puro. Severino forse risponderebbe che il divenire dell’apparire degli eterni comporta che il concepito A al momento T sia eterno, e lo stesso per il concepito, che non più A ma B, al momento T1, etc. Il rimedio è però peggiore del male, perché in tal caso l’identità ontologica fondamentale di un determinato essere umano, che percorre il suo tragitto ontologicamente unitario e identificabile dal concepimento alla morte, viene sofisticamente disgregata in una infinita moltitudine di singole sostanze che sono ‘tenute insieme’ solo dall’evento per cui l’una (eterna) viene dopo l’altra (anche’essa eterna).

Etica ed embrione. Nessun etica di qualsiasi genere può presumere di rispondere alla questione ‘che cosa fare dell’embrione’ senza prima aver risposto alla domanda ‘che cosa è l’embrione’. Se è un sasso è una cosa, se pianta un’altra, se animale un’altra ancora, se un essere umano un’altra ancora più complessa. Quanto vorrei sostenere – in accordo con il common sense – è che il trattamento e il rispetto da attribuire ad un ente è basilarmente determinato dal suo status ontologico-reale.

Nel campo dell’etica vale l’idea che esistono beni primari e indisponibili, di cui non possiamo privare senza profonda ingiustizia l’essere umano. Non possiamo manipolare l’altro e tanto meno sopprimerlo. A mio parere produrre embrioni a piacimento, come fossero pezzi di ricambio o oggetti da cui trarre utilità, derivare linee di staminali embrionali con la conseguente soppressione dell’embrione, e operazioni consimili comportano la violazione di fondamentali principi morali. Lo stesso congelamento dell’embrione - a meno che non sia breve – nega il suo diritto naturale allo sviluppo ed esercita una straordinaria violenza su di lui condannandolo ad un ergastolo tecnologico. Va anche considerato il principio di non discriminazione, cui spesso ci si richiama a buon diritto e che altrettanto spesso però viene messo da parte: nel caso della selezione embrionale, alcuni embrioni sono accolti ed altri scartati, pur possedendo lo stesso ed identico status di valore. Quanto ai principi e ai beni morali non è dal comportamento dei soggetti concreti, spesso mediocre e talvolta cattivo, né dal maggiore o minore consenso etico volta per volta raggiunto, che possiamo individuare ciò che è giusto fare, ma a partire dalla ragione etica e dalla coscienza riflessiva e consapevole, che almeno questo ci dice: non sopprimere l’innocente; non operare discriminazioni arbitrarie. La vicenda delle tecnologie impatta profondamente sull’articolazione tra diritti, doveri e pretese, nel duplice senso di limitare l’accesso a diritti umani fondamentali quali il diritto al lavoro, come inizia ad accadere con la robotica; o viceversa rimuovendo quasi ogni limite alle contingenze, mutevolezze e perfino capricci del desiderio: si può desiderare di tutto senza aver bisogno di nulla, e pertanto creando ‘diritti’ che non sussistono e che al massimo possono porsi solo come pretese, come spesso succede in ambito bioetico e biopolitico. Qui spesso accadono una sconsiderata prevalenza del pensiero tecnico sul pensiero personalistico, e uno sbilanciamento formidabile dei diritti a favore dell’adulto contro il debole e il senza voce, onde spesso le pretese dell’adulto primeggiano sui diritti reali dei secondi6 .

NOTE

1 Su questi temi vedi anche: “What is or should be the role of religiously informed moral viewpoints in public discourse (especially where hotly contested issues are concerned)?”, in AA. VV., Universal Rights in a World of Diversity. The case of Religious Freedom, a c. di M. A. Glendon and H. F. Zacher, Vatican City 2012, pp. 413-427; e Reasons in favor of normativity of life/nature, AA. VV., Normativität des Lebens - Normativität der Vernunft?, a c. di M. Rothhaar e M. Hähnel, De Gruyter, Berlin 2015, pp. 237-250. 2 Sulla diversità tra idea sostanziale e idea funzionale della persona vedi Concezione sostanziale e concezione funzionale della persona nella filosofia contemporanea, “Espiritu”, n. 146, 2013, pp. 375-394.

2 Sulla diversità tra idea sostanziale e idea funzionale della persona vedi Concezione sostanziale e concezione funzionale della persona nella filosofia contemporanea, “Espiritu”, n. 146, 2013, pp. 375-394.

3 Su ciò rinvio anche a: Sugli argomenti razionali e confessionali usati dal CNB e sullo statuto dell’embrione umano. Una discussione con Carlo Flamigni, “Medicina e Morale”, n. 3/2012, pp. 427-445; La vita e l’essere: l’embrione è persona? Il personalismo ontologico, in AA. VV., La vita e l’essere. L’embrione: grumo di cellule o persona?, Marcianum Press, Venezia 2013, pp. 21-45. Di rilievo sono pure E. Agazzi, “L’essere umano come persona”, in Per la filosofia (n. su Bioetica e persona, maggio-agosto 1992); E. Berti “Quando esiste l’uomo in potenza? (la tesi di Aristotele)”, nello stesso n. di Per la filosofia; E. Berti, “Sostanza e individuazione”, in Annuario di Filosofia 1998, La tecnica la vita i dilemmi dell’azione, a c. di V. Possenti, Mondadori, Milano 1998. Vedi  anche il contributo di R. Pascual in Culmina Romulea. Fede e scienza in Gerberto, Papa filosofo, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, 2008.

4 Per questo aspetto rinvio al volume Ritorno all’essere. Addio alla metafisica moderna, cap. X, Armando, Roma 2019.

5 Sulla capitale dottrina delle quattro forme di opposizione vedi Ritorno all’essere. Addio alla metafisica moderna, cit. Nell'atto del concepimento i due gameti – fondendosi – perdono la loro forma propria e generano un nuovo essere autopoietico e dotato sin dall’inizio di un’identità genetica originariamente umana.

“Per il solo fatto d’esistere, ogni essere umano deve essere pienamente rispettato. Si deve escludere l’introduzione di criteri di discriminazione, quanto alla dignità, in base allo sviluppo biologico, psichico, culturale o allo stato di salute”, Dignitas personae, n. 8.