Vittorio Possenti

Pagine di filosofia - Etica, Metafisica, Politica

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Home Bioetica I limiti del diritto alla vita, Europa, 11 aprile 2009

I limiti del diritto alla vita, Europa, 11 aprile 2009

Qual è la responsabilità dell’intellettuale credente in rapporto alla compagine ecclesiale e alla crisi biopolitica in atto in Occidente? Due responsabilità distinte eppure collegate, poiché è auspicabile che la comunità ecclesiale fatta di pastori e di christifideles laici riesca a dialogare su temi così delicati come sono quelli di bioetica, oggi in specie sulla fine della vita. E’ normale che i laici sentano il bisogno di  dialogare tra loro e con i pastori. L’esito non è scontato e richiede pazienza e apertura. Ultimamente ha pesato il mutamento di prospettiva nell’episcopato e nell’area cattolica passati, in una questione di per sé difficile e con forti implicazioni emotive, dal no al sì all’idea di una legge che regolamenti la fase terminale della vita. Il cambiamento, suggerito dai pronunciamenti della magistratura sul caso Englaro, ha aperto nuovi problemi, costringendo ad affannose urgenze. Poiché siamo dinanzi a problemi di antropologia e di etica pubblica più che a questioni di fede o a irrinunciabili dogmi rivelati, gli intellettuali credenti possono contribuire a chiarire i termini delle questioni e svolgere un ruolo nell’elaborazione delle posizioni pubbliche della Chiesa nei territori al confine tra morale personale, etica pubblica e politica, in un esercizio effettivo di quel discernimento comunitario, che viene spesso invocato. Se guardiamo alla situazione concernente la legge sulla fine della vita, le cose non sono forse andate in tal senso e le scadenze parlamentari hanno dettato la tabella di marcia. Un dialogo corale entro la compagine ecclesiale avrebbe consentito forse di rivolgersi con voce comune al paese, che è il destinatario naturale di simili atti, e alla classe politica. Si tratta di ragioni che non riguardano solo le questioni legislative, ma comportano la necessità di confrontarsi con una mentalità oggi diffusa, in un processo capace di evitare strumentalizzazioni da parte del camaleontico mondo dei media.
In un quadro più ampio va allora ripresa la riflessione sulla tendenza della biopolitica contemporanea a fare dell’uomo un prodotto delle biotecnologie, una piega che autorizza non secondari timori. Tre sono i nodi centrali in campo. Dapprima il rapporto tra persona e tecnica rimane decisivo e su questo nucleo la riflessione antropologica dei credenti resta alquanto in deficit. In merito alla legge sulla fine della vita, non è detto che si sia già trovata la misura giusta. Il crescente sostegno tecnologico ai primari processi vitali pone problemi ancora lontani dall’essere risolti, e sposta la comprensione dell’umano nel senso della comprensione tecnica. In secondo luogo la cultura radicale, portando all’estremo e snaturando il problema dell’autodeterminazione, rischia non solo di comprometterne il senso, ma anche di innescare una risposta speculare dei credenti e dei personalisti, che per
barrer la route riducono la portata personalistica dell’autodeterminazione. Rimane vero che il diritto alla vita è fondamento di ogni altro diritto, ma occorre precisare che il diritto alla vita non è la stessa cosa del divieto di avere voce in capitolo sulla propria vita. Il rifiuto delle cure, comprese quelle salva-vita, non è spesso una richiesta di suicidio assistito, ma la consapevolezza che si è ormai alla fine e che la morte non può essere ulteriormente procrastinata, o deve essere accolta per evitare cure troppo invasive.  La terapia deve essere consona alla dignità della persona, e non prevaricare su di lei assumendo che la mera indefinita continuità della vita fisica sia il valore supremo. Un tale criterio può condurre a maggiori invece che a minori sofferenze. E’ un bene, non un male che il malato assuma responsabilità in ordine al proprio fine vita, di modo che non valga come un oggetto di cui altri dispongono.
In terzo luogo in Italia ma poi in tutto l’Occidente la biopolitica è oggi il fronte primario di una cultura antiumanista e fondamentalmente nichilista che, appoggiandosi alla prospettiva evoluzionistica, punta a trasformare la percezione stessa dell’uomo. Una  riflessione in merito non è mai troppa, anche per evitare frettolose aperture o  irrigidimenti non necessari. Sarebbe segno di grave leggerezza sottovalutare i rischi di manipolazione dell’uomo da parte delle biotecnologie, la tentazione dell’eugenetica spalancata dinanzi a noi ed implicita nell’idea della produzione artificiale dell’essere umano, la questione dell’embrione umano che da vent’anni considero il nodo decisivo da cui tanto dipende. Il congelamento dell’embrione viola il suo fondamentale diritto di crescere e svilupparsi, negato da quella suprema violenza e da quell’ergastolo tecnologico che è la crioconservazione. Su questo punto l’istruzione
Dignitas personae avrebbe forse potuto essere più esplicita, osservando appunto che il congelamento dell’embrione rappresenta una violenza che nega o sospende il basilare diritto umano alla crescita naturale.
La questione biopolitica detterà a lungo l’agenda. E’ perciò auspicabile un rinnovato dibattito tra cattolici, pubblico ma senza dimenticare il prezioso lavoro seminariale, in cui le rispettive posizioni emergano senza scomuniche anticipate. Per questo esito, e per quello di favorire una strada condivisa, la stampa cattolica può essere di grande aiuto. 

Vittorio Possenti

Ultimo aggiornamento Venerdì 08 Gennaio 2010 22:24